Alle 22, ora italiana, del 2 aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato a tutto il mondo la famigerata ondata di dazi doganali contro la maggior parte dei partner commerciali degli USA, inclusa l’Unione Europea. In un discorso alla Casa Bianca, Trump ha delineato tariffe “reciproche” di entità senza precedenti: dal 5 aprile verrà applicata una tassa minima del 10% su tutte le importazioni, con aliquote ben più alte per i Paesi con cui gli Stati Uniti registrano deficit commerciali significativi. In particolare, alle merci europee sarà imposto un dazio del 20%, mentre per la Cina la tariffa salirà al 34%. Contestualmente, sono scattati anche dazi specifici del 25% sulle automobili e componenti auto importate (misura che entra in vigore immediatamente). Trump ha giustificato questa mossa protezionistica sostenendo che per decenni gli altri Paesi abbiano “saccheggiato” l’economia americana tramite barriere commerciali inique. La mossa, tuttavia, ha subito innescato forti reazioni a livello internazionale. La presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, ha parlato di “conseguenze terribili” per entrambe le sponde dell’Atlantico e ha auspicato di tornare al negoziato. In Italia, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito quella di Trump una scelta sbagliata, invitando ad evitare una guerra commerciale distruttiva e a cercare una soluzione diplomatica immediata. Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso preoccupazione, parlando di “errore” e invocando una risposta europea misurata ma ferma. Nel frattempo, i mercati finanziari hanno reagito con volatilità: le borse europee hanno chiuso in netto calo e in Italia Piazza Affari ha visto vendite concentrate sui titoli industriali (colpiti ad esempio i colossi lombardi Prysmian e StMicroelectronics, -3/4% in giornata) e automobilistici (flessioni per Iveco e Stellantis). L’euro si è rafforzato sul dollaro, mentre l’oro – tradizionale bene rifugio – è schizzato ai massimi da mesi. Il timore di un’escalation di dazi e rappresaglie commerciali ha dunque scosso sia le istituzioni sia gli operatori economici in queste ore.
Il peso dell’export lombardo verso gli Usa

In questo scenario di tensioni commerciali, l’Italia risulta tra i Paesi più esposti. Gli Stati Uniti rappresentano infatti il primo mercato di sbocco extra-UE per il Made in Italy: nel 2023 l’export italiano verso gli USA ha sfiorato i 66 miliardi di euro, secondo solo alla Germania in Europa (che ha esportato beni per 74 miliardi). La Lombardia in particolare è la regione italiana con il maggior interscambio con gli USA, e si trova dunque in prima linea nell’affrontare le conseguenze dei nuovi dazi. Nel 2024 le esportazioni lombarde dirette oltreoceano hanno raggiunto i 13,7 miliardi di euro (in leggero calo, -3,5%, rispetto al 2023). Si tratta di oltre un quinto dell’export italiano complessivo verso gli Stati Uniti. Milano da sola genera quasi la metà di questo volume: la provincia meneghina copre il 46,4% dell’export lombardo negli USA (circa 6,3 miliardi di euro nel 2024). Seguono, a distanza, Bergamo (13,8%, ~1,9 mld) e Brescia (11,5%, ~1,6 mld). Nessuna provincia lombarda è del tutto estranea al mercato americano, a conferma di quanto sia diffusa sul territorio la vocazione all’export verso gli Stati Uniti.
Guardando alla bilancia commerciale, la Lombardia vanta un surplus consistente con gli USA: a fronte dei 13,7 miliardi di export nel 2024, le importazioni dagli Stati Uniti in regione sono state di circa 5,25 miliardi. Ciò significa che molte filiere produttive lombarde dipendono in modo significativo dalla domanda statunitense. Non sorprende, dunque, che gli analisti prevedano ricadute economiche rilevanti sulla regione: secondo una ricerca CNA citata in Consiglio Regionale, una guerra dei dazi potrebbe comportare una contrazione del PIL lombardo di -0,3% già nel 2025, destinata ad aggravarsi nel 2026 (-0,6%) e a protrarsi anche nel 2027. Lombardia rischia così di pagare “il conto più salato” in Italia, essendo particolarmente esposta al mercato americano. Rinunciare improvvisamente a un partner come gli USA – 336 milioni di consumatori e un PIL di oltre 29 mila miliardi di dollari – appare impossibile da compensare nel breve periodo.
I settori lombardi più colpiti
Quali saranno, nel concreto, i comparti più coinvolti dall’introduzione dei dazi? L’economia lombarda è diversificata, ma alcuni settori di punta del made in Lombardy risultano particolarmente vulnerabili alle nuove barriere commerciali di Washington:

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Automotive e metalmeccanico
L’automotive europeo è uno dei bersagli principali di Trump: oltre al dazio generale del 20%, gli USA hanno imposto tasse ad hoc del 25% sulle auto complete e progressivamente sui componenti importati. Ciò colpisce indirettamente anche l’Italia e la Lombardia, nonostante la filiera nazionale dell’auto sia più ridotta rispetto a quella tedesca. In Lombardia operano importanti produttori di parti auto (freni, pneumatici, macchinari per assemblaggio, ecc.) che riforniscono sia case automobilistiche estere sia direttamente il mercato USA. Ad esempio, l’azienda Brembo di Bergamo – leader nei sistemi frenanti – serve molte case auto internazionali, così come Pirelli (pneumatici, con sede a Milano) ha una quota rilevante di clienti negli Stati Uniti. L’inasprimento tariffario potrebbe quindi ripercuotersi a cascata sull’indotto lombardo: se calano le vendite di auto europee negli USA, calerà anche la domanda di componentistica prodotta in Lombardia. Uno studio rileva che il settore dei macchinari, apparecchi e mezzi di trasporto (che include anche il comparto automotive e la meccanica strumentale) rappresenta oltre un quinto (20,3%) dell’export lombardo verso gli USA, pari a circa 2,77 miliardi di euro annui. Molti di questi macchinari sono destinati alle linee produttive industriali americane: dai robot e utensili meccanici fino ai macchinari tessili e alimentari made in Lombardy. Con i nuovi dazi, queste forniture diventeranno più costose e potenzialmente meno competitive, mettendo in difficoltà un settore che è il cuore dell’industria regionale. Gli effetti potrebbero farsi sentire anche in modo indiretto: basti pensare alle imprese lombarde subfornitrici dell’automotive tedesco, il quale a sua volta subirà un duro contraccolpo dalle misure di Trump. Insomma, l’intero comparto metalmeccanico – dalle fonderie di metalli di base ai produttori di componenti e macchine utensili – è in allerta. In Lombardia le industrie dei metalli e prodotti in metallo valgono da sole circa 1,62 miliardi di export USA (11,8% del totale), e anch’esse rischiano un rallentamento drastico.
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Agroalimentare
I prodotti agricoli e alimentari italiani sono molto apprezzati oltreoceano, e la Lombardia vanta alcune eccellenze esportate negli USA, come formaggi (il Grana Padano e il Gorgonzola), salumi, pasta, olio e vini (ad esempio gli spumanti Franciacorta, i rossi della Valtellina e dell’Oltrepò Pavese). L’agroalimentare lombardo rappresenta circa il 9-10% dell’export regionale verso gli Stati Uniti, pari a oltre 1,1 miliardi di euro annui. Nel 2024, ad esempio, le esportazioni lombarde di formaggi negli USA sono aumentate del +23,3%, segno di un mercato in crescita, così come il vino lombardo ha superato quota 29 milioni di euro di vendite oltreoceano (+10,4% rispetto al 2023). Questa tendenza positiva rischia di subire una brusca inversione. Con i nuovi dazi del 20%, molti alimenti made in Italy diventeranno sensibilmente più cari sugli scaffali americani: pasta, conserve, formaggi, salumi e vini potrebbero vedere ridotta la propria competitività. “I prodotti premium, di alta fascia, credo soffriranno meno, ma prodotti come pasta, conserve e vini saranno fortemente penalizzati”, avverte Antonio Boselli, presidente di Confagricoltura Lombardia. Gli Stati Uniti sono un mercato chiave e insostituibile per il vino italiano (basti pensare che circa il 25% del vino esportato dall’Italia in valore approda negli USA) e per molti prodotti alimentari di qualità; per questo gli operatori temono non solo un calo delle vendite, ma anche il rischio di dover comprimere i margini. Alcuni produttori potrebbero essere costretti ad assorbire parte del costo aggiuntivo dei dazi riducendo i propri prezzi di vendita, pur di rimanere presenti sul mercato americano – una strategia non sostenibile a lungo termine. Da notare che dietro le quinte si profila anche un braccio di ferro sui liquori: l’UE aveva pianificato dazi di ritorsione su whisky bourbon e altri prodotti USA in risposta a precedenti tariffe americane su acciaio e alluminio; Trump, per tutta risposta, ha minacciato addirittura super-dazi del 200% su vini, cognac e liquori europei. Uno scenario estremo che, se attuato, avrebbe conseguenze drammatiche per i produttori vinicoli (il vino italiano vale oltre 8 miliardi di export mondiale). Anche senza arrivare a tali estremi, l’agroalimentare lombardo (dai caseifici della pianura padana alle cantine dell’Oltrepò) sta già facendo i conti con questa nuova incertezza commerciale.
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Moda e lusso
Il settore moda-design è un pilastro dell’economia lombarda e fiore all’occhiello del made in Italy negli USA. Abbigliamento, accessori, calzature, pelletteria, occhialeria e gioielleria: il gusto e la qualità italiani hanno largo seguito tra i consumatori americani, soprattutto nelle fasce medio-alte di mercato. La Lombardia – con Milano capitale della moda – gioca un ruolo primario in questo comparto. Secondo Confindustria Moda, nel 2024 l’export italiano verso gli USA dei settori calzature, pelletteria, conceria e pellicceria ha raggiunto quasi 3 miliardi di euro (dato nazionale), di cui una fetta consistente generata da imprese lombarde (numerosi distretti della pelletteria e calzatura si trovano tra Milano, Varese e la Brianza). Questo valore era già in lieve calo rispetto al 2023 (-3,5%) a causa delle incertezze geopolitiche, e ora rischia un ulteriore tracollo. Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Accessori Moda, lancia l’allarme: l’introduzione dei nuovi dazi “comprometterà ulteriormente questi risultati. L’aumento dei costi per i consumatori americani potrebbe, infatti, ridurre drasticamente la domanda per i nostri prodotti, con conseguenze negative per le nostre imprese e per i posti di lavoro, che sono una risorsa fondamentale per il nostro settore”. I beni di lusso (alta moda, accessori premium) potrebbero parzialmente resistere trasferendo i maggiori costi sui clienti facoltosi, ma gran parte del settore moda italiano compete anche in segmenti dove il fattore prezzo è rilevante. Un dazio del 20% può facilmente scoraggiare l’acquisto di una borsa, un paio di scarpe o un abito made in Italy a favore di alternative prodotte in Paesi non colpiti da tariffe. La Lombardia esporta negli USA circa 2 miliardi in tessili, abbigliamento e accessori (14,4% del suo export verso gli USA), posizionandosi come secondo settore per rilevanza. A questo si aggiunge l’export di mobili di design e complementi d’arredo, altro campo in cui la regione eccelle: il mobile-arredo rientra tra i comparti italiani più esposti alla guerra dei dazi, come indicato da Confartigianato. Molte imprese del legno-arredo lombardo (dai mobilifici della Brianza alle aziende di design milanesi) hanno clienti negli States e partecipano a fiere come l’International Contemporary Furniture Fair di New York; per loro, i dazi significano vedere i propri prodotti rincarare sensibilmente sul mercato estero. Il rischio complessivo, per moda e design, è un raffreddamento della domanda americana che potrebbe frenare un settore già messo a dura prova negli ultimi anni prima dalla pandemia e poi dall’aumento dei costi delle materie prime.
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Farmaceutico e chimico
La Lombardia è anche un importante hub farmaceutico e chimico. Grazie alla presenza di grandi multinazionali (come Recordati, Bracco, Menarini – sebbene quest’ultima sia toscana, ha importanti stabilimenti in Lombardia – e sedi di colossi stranieri come Roche, Novartis, Bayer a Milano) e di una rete di PMI specializzate, la regione esporta medicinali, principi attivi e prodotti chimici in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti. Nel 2024 dall’intera Lombardia sono partiti verso gli USA farmaci e articoli farmaceutici per circa 1,17 miliardi di euro (8,6% del totale export regionale USA), oltre a prodotti chimici per ulteriori 1,33 miliardi (9,7%). In totale, dunque, il macro-settore life sciences vale circa 2,5 miliardi di export verso gli USA. La buona notizia è che i prodotti farmaceutici potrebbero per ora essere in parte risparmiati dai dazi: la Casa Bianca ha infatti indicato di non voler colpire beni considerati sensibili come i medicinali (probabilmente per evitare contraccolpi sui prezzi interni e sulla salute pubblica). Tuttavia, l’incertezza rimane alta e non vi sono garanzie che future escalation non includano anche questo settore. Qualora anche i farmaci finissero nella lista nera, l’impatto sarebbe significativo: l’industria farmaceutica, caratterizzata da investimenti a lungo termine e rigide regolamentazioni, vedrebbe complicarsi l’accesso a uno dei suoi mercati chiave. Già ora, segnalano gli analisti, la fiducia degli investitori potrebbe essere scossa: la prospettiva di dazi e contro-dazi rende più imprevedibile il contesto normativo e commerciale, fattore che incide sulle decisioni di allocare nuove produzioni o studi clinici. Anche i prodotti chimici di base e specialità (dai polimeri alle vernici industriali) subiranno aumenti di costo per i clienti USA, con possibili cali di domanda. Il settore chimico-farmaceutico lombardo è uno dei più avanzati d’Europa e finora ha beneficiato di catene del valore globali aperte; una chiusura commerciale potrebbe rallentarne la crescita e l’innovazione.

In sintesi, i comparti manifatturieri trainanti della Lombardia – dalla meccanica ai beni di consumo di alta gamma – rischiano tutti di subire contraccolpi. Confindustria Lombardia stima che le aziende più esposte siano proprio quelle delle bevande (es. vini e liquori, con il 29,9% del loro export destinato agli USA), della pelletteria (15%), del farmaceutico (14,3%), dei mobili (12,5%) e dell’abbigliamento (10,9%). Queste percentuali rappresentano la quota parte della produzione di ciascun settore rivolta al mercato statunitense: in altre parole, molti operatori lombardi dipendono in doppia cifra dalle vendite negli USA, e dovranno ora fare i conti con un’improvvisa stangata fiscale su quei ricavi.
Dichiarazioni e reazioni in Lombardia

L’annuncio dei dazi ha sollevato immediate preoccupazioni tra i rappresentanti delle istituzioni e delle imprese lombarde. Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, ha commentato duramente la notizia da Bruxelles, dove si trovava per una seduta del Comitato delle Regioni al Parlamento Europeo. “È caduta la speranza che i dazi annunciati a suo tempo dall’amministrazione Usa non diventassero realtà anche grazie ai tavoli di negoziazione che erano in corso. Le nuove tasse sui prodotti Ue ufficializzate ieri sera avranno pesantissime ricadute negative dal punto di vista economico per le nostre imprese e per le nostre filiere”, ha dichiarato Guidesi. L’assessore lombardo – esponente della Lega – ha quindi lanciato un appello affinché si corra ai ripari attraverso la diplomazia: “Ora, prima che la bilancia commerciale venga stravolta con pesanti conseguenze geopolitiche, auspico che i negoziati con gli Usa da parte della Commissione europea e del Governo italiano possano ripartire con maggiore concretezza, dopo un’immediata e doverosa risposta da parte europea. Sono convinto che le guerre commerciali non convengano a nessuno e che solo un patto atlantico per un mercato atlantico regolato possa aiutare gli interessi sia europei sia statunitensi. Speriamo che la ragione prevalga”. Con queste parole, Guidesi sintetizza il sentimento generale: grande preoccupazione per l’impatto economico e la richiesta di una risposta politica forte ma razionale, che privilegi il dialogo e la cooperazione transatlantica anziché il muro contro muro.
Anche dal mondo imprenditoriale lombardo si levano voci di allarme e appelli all’unità. Confindustria Lombardia sottolinea come l’export verso gli USA – oltre 14 miliardi di euro annui – sia un pilastro per migliaia di aziende regionali, e il suo indebolimento possa avere effetti a catena su produzione e occupazione. Confartigianato, associazione che rappresenta le piccole e medie imprese, già a gennaio aveva stimato che la Lombardia sarebbe stata “la più danneggiata” dai dazi di Trump tra le regioni italiane. A livello nazionale, Confartigianato calcolava un potenziale calo di 11 miliardi di euro di export italiano a causa delle misure protezionistiche USA, concentrato proprio nei settori tipici del nostro made in Italy. “A tremare sono i settori di moda, mobili, legno, metallo, gioielleria e occhialeria”, segnalava l’associazione artigiana, con la Lombardia in testa per esposizione sul mercato americano.

Le associazioni di categoria lombarde invocano provvedimenti urgenti. Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Moda-Accessori, ha chiesto che “Italia ed Europa si uniscano per contrastare questa decisione e tutelare gli interessi delle nostre aziende”, confidando in un intervento tempestivo delle istituzioni per proteggere il futuro delle imprese del settore. Dello stesso tenore le parole di Antonio Boselli (Confagricoltura Lombardia), che sollecita un’Europa “unita e compatta” nel denunciare gli Stati Uniti presso l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) e nel riprendere il dialogo negoziale per tornare al più presto a una situazione di normalità. Boselli osserva che Trump, pur rivolgendosi ai suoi agricoltori con provvedimenti di sostegno interni, sta creando grossi problemi agli agricoltori europei: da qui la necessità di tutelare la sicurezza alimentare europea e difendere i produttori nostrani dalla concorrenza sleale. In generale, tutte le rappresentanze imprenditoriali concordano su un punto: uno scontro commerciale prolungato sarebbe deleterio per entrambe le sponde dell’Atlantico, e l’unica via d’uscita desiderabile è un accordo che ristabilisca condizioni di scambio eque.
Nel frattempo, alcune imprese lombarde stanno valutando contromisure per mitigare l’impatto dei dazi. Secondo Confindustria Lombardia, molte aziende potrebbero tentare di diversificare i mercati di sbocco, cercando alternative in altri Paesi per compensare l’eventuale calo delle vendite negli Stati Uniti. Ad esempio, c’è chi guarda con crescente interesse a mercati emergenti in Asia o in altre aree extra-UE. Tuttavia, non è semplice rimpiazzare nel breve periodo un partner come gli USA, e soprattutto non lo è per prodotti altamente specializzati o di nicchia dove gli Stati Uniti rappresentano il principale consumatore mondiale. Un’altra strategia allo studio è quella di delocalizzare parte della produzione direttamente negli USA o in Paesi non colpiti dai dazi, per eludere le barriere: ipotesi estrema che per ora pochi prendono in considerazione, ma che in caso di stallo prolungato delle relazioni commerciali potrebbe diventare realtà (con implicazioni preoccupanti sul fronte occupazionale interno).
Verso un nuovo negoziato (o una guerra commerciale)?
Lo scenario che si prospetta nelle prossime settimane è carico di incertezza. Da un lato, l’entrata in vigore dei dazi USA è immediata e concreta – le imprese inizieranno a sentirne gli effetti nei costi e nei contratti in corso già dai prossimi giorni. Dall’altro, è in atto un intenso sforzo diplomatico per attutire il colpo e magari trovare un compromesso. Bruxelles ha già preannunciato una risposta unitaria dell’UE: si parla di possibili contromisure europee mirate (per un valore di decine di miliardi di euro) se Washington non recederà. Al tempo stesso, l’Europa mantiene aperto uno spiraglio al dialogo: “puntiamo al negoziato”, ha detto von der Leyen, confermando contatti con l’amministrazione statunitense. Il Governo italiano, dal canto suo, è impegnato a far valere le ragioni del nostro export nelle sedi comunitarie: la Premier Meloni ha annullato alcuni impegni in agenda per concentrarsi sulla crisi commerciale in corso, mentre il Ministro degli Esteri e quello delle Imprese stanno lavorando in coordinamento con Bruxelles per definire la strategia di risposta. L’obiettivo condiviso è convincere gli USA a rivedere (o sospendere) i dazi attraverso nuove trattative, magari offrendo in cambio l’avvio di un confronto sulle reciproche lamentele commerciali (dalle barriere UE in alcuni settori alle questioni geopolitiche sottostanti).

Sul fronte lombardo, l’auspicio è che questa tempesta rientri il prima possibile. “Sono convinto che le guerre commerciali non convengano a nessuno… Speriamo che la ragione prevalga”, ha dichiarato Guidesi, sintetizzando il sentimento di imprenditori e lavoratori. Una guerra dei dazi prolungata finirebbe per stravolgere le filiere costruite in decenni di integrazione transatlantica: uno scenario che tutti vogliono evitare. L’idea lanciata dall’assessore lombardo di un “patto atlantico per un mercato regolato” riflette la necessità di trovare un nuovo equilibrio commerciale tra Europa e Stati Uniti, magari aggiornando le regole del gioco in maniera condivisa anziché tramite atti unilaterali.
Nel frattempo, le aziende lombarde si preparano a tempi difficili. Molte hanno ordinativi in corso con clienti americani che improvvisamente diventeranno meno redditizi; altre dovranno rinegoziare contratti di fornitura tenendo conto delle nuove tasse; altre ancora potrebbero vedere i propri prodotti sostituiti da concorrenti locali americani o di Paesi risparmiati dai dazi. Piani di investimento potrebbero essere rivisti al ribasso in attesa di capire l’evoluzione della crisi. Confindustria avverte anche di possibili ricadute sociali: “Un calo drastico delle esportazioni può generare chiusure di fabbriche, licenziamenti e disagio sociale per centinaia di famiglie”, ha dichiarato in una nota l’ANCI (Associazione dei Comuni) unendosi al coro di preoccupazione generale.
Eppure, nel lungo termine, USA e UE restano partner naturali sul piano economico e politico. Lo scambio commerciale tra Lombardia (e Italia) e Stati Uniti è fatto anche di investimenti incrociati, joint-venture, cooperazione tecnologica: legami profondi che difficilmente verranno spezzati del tutto. Nei prossimi mesi, molto dipenderà dall’evoluzione del contesto politico in America e dalle pressioni interne allo stesso Trump – diversi settori produttivi USA, dal farmaceutico all’automotive, dipendono dalle importazioni europee e hanno fatto lobbying contro i dazi. Se prevarrà una linea pragmatica, è possibile che si arrivi a una intesa che scongiuri il peggio, magari attraverso la riduzione reciproca di alcune barriere tariffarie. In caso contrario, bisognerà prepararsi a una fase di turbolenza in cui la Lombardia dovrà mettere in campo tutta la sua capacità di adattamento. Come affermato da più parti, “nessuno vince in una guerra commerciale”, men che meno una regione fortemente internazionalizzata come la Lombardia. L’auspicio condiviso è che dalle macerie delle minacce incrociate nasca presto un ritorno alla ragionevolezza, per il bene dell’economia lombarda, italiana ed europea – e in definitiva anche di quella americana.